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Scenari Macroeconomici 2009
Vi è ormai evidenza e consenso generale che le crisi innescate dagli squilibri sui mercati immobiliari, finanziari e delle materie prime avranno n effetto decelerativo consistente sul ciclo economico oltre che sul finire dell’anno in corso anche su buona parte del 2009.
Anzi, la discussione comincia a vertere su una ripresa già in corso nel 2009 oppure all’inizio del 2010. La prima motivazione per tale scenario è che non vi è certezza che almeno parte degli squilibri abbia raggiunto il proprio punto di massimo, ovvero il punto dal quale inizia il processo di aggiustamento verso il nuovo equilibrio. Il tasso di inflazione tendenziale delle costruzioni residenziali negli Stati Uniti, epicentro delle crisi finanziarie successive, continua a essere negativo e in accelerazione da novembre 2007 (-4,8% a maggio 2008). Non solo, ma la persistenza in fase negativa risale a settembre 2005, da quando cioè tale tasso si è progressivamente azzerato dal punto di massima accelerazione (circa +10%) (Fonte US Ofheo). Il livello di compravendite di nuove costruzioni residenziali scende quasi senza soluzione di continuità e a giugno 2008 rappresenta meno del 40% delle compravendite perfezionate nel punto di massimo del luglio 2005. Bisogna tornare al 1990-1991 per avere per un certo periodo livelli simili a quelli attualmente sperimentati (Fonte US Census Bureau). Sui mercati finanziari colpiti dalle conseguenze dirette ed indirette delle insolvenze dei mutui subprime, l’indicatore di premio per il rischio sul mercato interbancario1 rimane su livelli anomalmente elevati. Per l’Area Euro lo spread tra l’Euribor 3m e l’EONIA Swap Index che, in condizioni di equilibrio, è stato solitamente stabile attorno a 5-6 punti base, ancora a luglio 2008 è al di sopra dei 60 punti base. Si tratta di un livello dal quale non si è in pratica mai staccato dall’agosto 2007, salvo i primi tre mesi del 2008 quando si era attestato attorno ai 40 punti base (Fonte: EBF) 1 Spread tra i tassi sui depositi intebancari a tre mesi e i tassi Overnight Indexed e Swap privi del rischio di credito e liquidità poiché basati solo sul regolamento di tasso senza passaggio di capitali, Per l’Area USA lo spread tra il LIBOR 3m e il tasso OIS2 solitamente stabile attorno ai 10 punti base, a luglio 2008 si attesta ancora attorno ai 70-80 punti base dopo aver subito oscillazioni più violente del corrispondente spread europeo, tanto da superare a dicembre 2007 i 100 punti base (Fonte: Bloomberg). Sui mercati delle materie prime, la quotazione in dollari del barile di Brent a giugno 2008 era ancora in accelerazione con un +86% tendenziale, il tasso di crescita più elevato da marzo 2000 (ma allora si passava da 12,9 a 27,4 USD, oggi da 71,2 a 132,4 USD). Ancora, le materie prime agricole, mais e riso in testa, a giugno 2008 presentano cospicue accelerazioni oltre l’80% e il 125% rispettivamente, mentre i cereali, i semi oleosi, la soia, gli oli sembrano avere stabilizzato da marzo-aprile i loro tassi di crescita tendenziali su livelli assai elevati tra il 70% e l’80% circa. Ricapitolando, dunque, gli squilibri rilevati finora non hanno ancora dato segnali inequivocabili di rientro verso l’equilibrio. Si aggiunga che il meccanismo di trasmissione degli impulsi positivi da iniezioni di liquidità nel sistema viene frenato per un certo lasso di tempo dagli intermediari impegnati in operazioni di deleveraging, sottraendone parte degli effetti agli operatori non finanziari e alle loro decisioni di investimento e di consumo. Si aggiunga anche che il meccanismo di trasmissione degli impulsi inflattivi diretti provenienti dai mercati delle materie prime energetiche ai prezzi al consumo interni viene stimato esaurirsi completamente tra i sei mesi e l’anno successivo agli impulsi medesimi (Fonte: Prometeia). Se ne deduce che la seconda motivazione per uno scenario non positivo anche per buona parte del 2009 scaturisce dalla durata del processo di trasmissione tra l’impulso che genera lo squilibrio e il suo effetto completo sull’economia, anche nel caso in cui potesse dirsi iniziato il processo di aggiustamento verso l’equilibrio. Non basta: lo scenario previsivo attuale presenta caratteristiche peculiari rispetto al passato. Per la prima volta, infatti, almeno dagli anni ’70 del secolo scorso si innestano l’una nell’altro: . una crisi finanziaria che ha portato finora a una svalutazione di asset finanziari dell’ordine di 350-400 miliardi di USD (circa un quinto del PIL italiano, per intendersi), uno shock petrolifero che, persistendo le quotazioni attuali, non avrebbe nulla da invidiare a quelli precedenti ne’ in termini reali assoluti, ne’ in termini di variazione di ragioni di scambio con manufatti.
2 Overnight Index Swap
Infatti, l’aumento in termini reali delle quotazioni petrolifere in dollari dall’inizio della crescita a metà 2004 è più ampio di quello tra gennaio e giugno 1974 (guerra del Kippur), tra gennaio 1978 e gennaio 1981 (crisi iraniana) e tra giugno 1999 e settembre 2000. Il livello di tali quotazioni è comparabile, se non addirittura superiore a seconda delle statistiche utilizzate, ai picchi dell’inizio degli anni ’80. La variazione di ragioni di scambio con i beni manufatti è stimata per il 2008 attorno al 50% (Fonte: Prometeia). La terza motivazione per uno scenario che assume connotazioni non positive anche nel 2009 deriva proprio da tale concatenarsi di crisi diverse. Ciò, infatti, ha messo in parziale imbarazzo anche le Autorità monetarie e governative principali rispetto alle caratteristiche espansive o restrittive cui intonare le proprie politiche monetarie e di bilancio. Da una parte, la crisi finanziaria ha innescato una drastica riduzione dei tassi di riferimento della FED dal 5,25% di agosto 2007 al 2% di aprile 2008, a fronte del mancato rialzo dal 4% del tasso di riferimento BCE per più di un anno (da aprile 2007 a luglio 2008). Allo stesso tempo venivano decise imponenti iniezioni di liquidità nel sistema per sostenere le istituzioni finanziarie più esposte e significative misure di bilancio per sostenere le famiglie potenzialmente insolventi. In altri termini, la crisi finanziaria ha innescato per quanto possibile politiche espansive.
Dall’altra parte, la tensione inflattiva sui mercati internazionali delle materie prime agricole e del petrolio, via via che dimostrava la sua natura non temporanea, imponeva la necessità di agire sul versante monetario per evitare l’incremento delle aspettative di inflazione di medio periodo, di qui la propensione su questo versante a elevare nuovamente il saggio di interesse o limitare l’espansione della quantità di moneta, soprattutto da parte di tutte quelle economie al momento non sfiorate dalla crisi finanziaria. Invece, nelle economie più segnate dalla crisi finanziaria o maggiormente interdipendenti, il rischio principale della situazione che si è venuta a creare è quello di aumentare nuovamente i saggi di interesse per prevenire una crescita permanente dell’inflazione prima che gli operatori in difficoltà finanziarie abbiano venduto asset o comunque accumulato liquidità sufficiente per evitare i default. Accade, dunque, che, in presenza dello shock inflattivo internazionale considerato, anziché operare velocemente in maniera restrittiva sui tassi con il conseguente effetto recessivo, ma limitato nel tempo, vi è in sostanza la necessità di un approccio all’aumento dei tassi lento e cauto che può aumentare la lunghezza del periodo di debolezza del potere d’acquisto delle famiglie. Il risultato generale è dunque quello del sommarsi di cause volte a un forte indebolimento del ciclo economico nel corso dei mesi centrali del 2008. Ciò dovrebbe permettere un parziale rientro delle quotazioni internazionali delle materie prime che, a loro volta, si trasferiranno sui prezzi al consumo dei paesi importatori anche nella prima parte del 2009 senza, però, una traslazione importante sui costi interni di tali economie. Dall’altra parte, gli investitori sembrano provvisoriamente prevedere la fine delle tensioni più forti sui mercati interbancari per la fine del 2008. Ne deriva in questa prospettiva che, a causa della durata dei meccanismi di trasmissione sopra ricordati, solo a 2009 avanzato le decisioni di famiglie e imprese non saranno più limitate dalle condizioni di esercizio delle Istituzioni monetarie e finanziarie. Questo vale soprattutto dal punto di vista delle maggiori economie sviluppate che subiranno una forte decelerazione, ma non una recessione allo stato delle previsioni di consenso, per poi avviare con evidenza la ripresa verso il più elevato tasso di crescita potenziale solo nella seconda parte del 2009. In particolare, invece, si hanno diverse altre situazioni. Vi sono le economie emergenti importatrici nette di materie prime energetiche e alimentari che stanno subendo e subiranno un più alto impatto inflattivo interno in funzione del più elevato livello di intensità energetica del loro PIL (in genere 3-4 volte quello delle economie industrializzate) e della propensione al consumo alimentare (in genere doppia rispetto alle economie industrializzate). Tra le economie emergenti importatrici nette: . vi sono quelle che hanno accumulato surplus sull’estero e/o di bilancio tanto da poter supportare per un certo periodo di tempo prezzi che non assorbono completamente le variazioni delle quotazioni internazionali (es: Cina e, in parte, India) : altri paesi per i quali lo shock petrolifero si potrebbe rapidamente scontrare con il vincolo estero determinando il conseguente ritorno all’equilibrio tramite il meccanismo della svalutazione della moneta e la recessione interna (es: Turchia ?). Assolutamente distinti invece i destini delle economie esportatrici (Russia, Brasile, OPEC) per i quali il quesito è: . quanta parte dell’impulso derivante dall’aumento dell’offerta di moneta che coincide con l’afflusso di valuta straniera si scarica sull’economia reale interna ?
. ovvero quanta parte, invece, rientra nel circuito delle economie sviluppate sottoforma di depositi presso le banche (come per l’OPEC degli anni ’70 e ’80) o in quote di Fondi Sovrani che investono nei titoli di proprietà di grandi Istituzione finanziarie internazionali o imprese multinazionali (come sembra essere il caso di questi anni) ? All’interno di questo contesto complessivo, il nostro paese condividerà dalla sua posizione generalmente sotto la media il destino delle economie sviluppate che non riusciranno a ritornare sul proprio sentiero di crescita potenziale prima del 2009 inoltrato. Consumi interni penalizzati dalla stagnazione del potere d’acquisto delle famiglie e, nel 2008, da un effetto ricchezza negativo sulle attività detenute dalle medesime in portafoglio nonché da un inasprimento delle condizioni per il credito al consumo. Investimenti in costruzioni penalizzati dai timori delle banche per il contagio della crisi immobiliare. Investimenti produttivi penalizzati dalla domanda attesa più che da condizioni del credito restrittive, visto che, congiunturalmente, la componente di impieghi bancari per le imprese è in decelerazione solo per la parte con scadenza sotto all’anno, mentre è stabile la crescita di finanziamenti a medio-lungo termine. Esportazioni in decelerazione, ma non negative, in linea con:
. le attese di un’evoluzione non positiva del commercio internazionale, in particolar,e della domanda estera rivolta alle nostre merci e servizi, .
apprezzamento dell’euro il cui cambio nei confronti del dollaro, nelle previsioni di consenso, non viene attualmente pronosticato sotto il livello di 1,40 anche nel 2009.
Fonte: UNINDUSTRIA BOLOGNA
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