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residenza estero le tasse

Residenza estero: le tasse

RESIDENZA ESTERO: LE TASSE

DOVE E COME PAGA LE TASSE UN ITALIANO RESIDENTE ALL’ESTERO?

INFO LINE TRASFERIMENTO RESIDENZA ALL’ESTERO: +390532240071

Residenza estero: le tasse. Trasferimento estero, dove pago le tasse? Questo è un quesito che tutti quelli che, a causa del sistema Italia in procinto di affondare sempre di più; si trasferiscono, o vogliono trasferirsi a vivere ed a lavorare all’estero, si pongono. Ma quale è la realtà? Nel senso: se un soggetto trasferisce, realmente, (non ci occuperemo di trasferimenti all’estero fittizi, i quali sono, giustamente, sanzionati) la sua residenza fiscale e la sua attività lavorativa all’estero, cosa succede dal punto di vista fiscale? Dove paga le tasse? Deve pagare ancora qualcosa in Italia? Coma fa ad essere sicuro che il suo trasferimento estero non sia reputato inefficace dallo stato italiano? In altre parole: residenza estero: le tasse. Trasferimento estero, dove pago le tasse? come faccio ad effettuare un trasferimento estero sicuro ed inattaccabile secondo la normativa giuridica e fiscale italiana ed internazionale? Possiamo aiutarti, leggi attentamente quest’articolo, ed in ogni caso contattaci per ottenere consulenza ed assistenza su come trasferirti all’estero in modo legale e sicuro. Procediamo con ordine, studiamo assieme e valutiamo il problema. Residenza estero: le tasse.

TRASFERIRSI ALL’ESTERO. LE VALUTAZIONI PRELIMINARI

Moltissimi cittadini italiani, esasperarti dall’attuale situazione politica, sociale ed economica italiana, che potremmo riassumere in: fiscalità eccessiva-servizi inesistenti-immigrazione selvaggia-, che hanno come conseguenza la sensazione (il più delle volte esatta) che in Italia non vi sia più la possibilità di vivere e lavorare dignitosamente, perchè, da un lato le tasse assorbono praticamente tutto il reddito creato dal lavoratore, dall’altro, tale tassazione non viene redistribuita ai cittadini con servizi adeguati (sanità, istruzione etc); e dall’altro il cittadino italiano è discriminato in ogni sua necessità dal favore accordato (in suo danno) ai migranti economici, che assorbono tutte le risorse di quel che resta dello stato sociale italiano. Tutto ciò rende evidente la disfatta del sistema Italia e l’esigenza di crearsi un’alternativa.

Unica soluzione, specie per i giovani, trasferirsi a vivere ed a lavorare all’estero.

Situazione tragica, sotto gli occhi di tutti. Ma l’esasperazione non è sufficiente per andarsene, occorre calcolare esattamente i benefici e gli svantaggi derivanti da un trasferimento all’estero. In ogni scelta ve ne sono: da ciò non è possibile prescindere. Una persona che sogna e medita di andarsene all’estero dovrà, innanzitutto, valutare se ne ha una reale convenienza a trasferirsi a vivere e lavorare all’estero, evitando di farsi travolgere dall’esasperazione del momento (magari dopo avere visto un video di Bello Figo…..). Poi valuterà lo stato in cui sarebbe per lui meglio andarsene e, infine, quando sarà realmente convinto che il trasferimento all’estero per lui è vantaggioso, recarsi da un professionista esperto in diritto societario internazionale al fine di effettuare tutte le numerose e complesse procedure di trasferimento di residenza all’estero in maniera completa e legale. Quest’ultimo passo è il più importante. Trasferirsi all’estero con il fai da te giuridico o con il consiglio di qualche improvvisato può danneggiare in maniera sconvolgente la persona, togliendoli quelle energie fisio-psichiche e quelle risorse economiche che gli sarebbero servite per coronare il suo sogno di trasferirsi all’estero. Ma il problema permane: residenza estero: le tasse?
Per effettuare un regolare trasferimento di residenza all’estero, occorre valutare con attenzione numerosi aspetti, senza i quali non solo il trasferimento all’estero sarà inutile e vano, ma, in più, avrete problemi e sanzioni fiscali e penali da parte dello stato italiano.

TRASFERIMENTO ALL’ESTERO: LE TASSE

Il trasferimento della residenza fiscale delle persone fisiche (per quella delle persone giuridiche cfr altri articoli nel blog) è, attualmente, una questione di particolare attualità, soprattutto, ma non solo,  perché il livello di pressione fiscale e di criminalità dovuta al flusso incontrollato di migranti clandestini (a cui sono riservati i vantaggi del welfare italiano, tolti agli italiani) a cui si è giunti nel nostro Paese ha condotto molte persone a meditare e programmare  un possibile trasferimento verso l’estero, ma anche perchè la crisi economica e la tassazione eccessiva rendono sempre più difficile lavorare con profitto in Italia. Trasferirsi all’estero e modificare in maniera positiva il proprio stile di vita è sicuramente un obiettivo, ma per farlo con sicurezza è bene, da un lato, conoscere la normativa di riferimento, oppure (opzione preferibile) appoggiarsi a professionisti preparati in tema di trasferimento all’estero, al fine di non trovarsi, rapidamente, con problemi con il Fisco italiano. Le concrete problematiche del trasferimento all’estero sono tutte legate nell’evitare contestazioni da parte dell’Amministrazione finanziaria, che cerca sempre di contestare l’effettività di tale trasferimento all’estero, al fine di non farsi sfuggire base imponibile.

Bisogna riuscire a provare ed a dimostrare che il trasferimento all’estero è reale e non fittizio.

Molti soggetti sono convinti che il fatto puro e semplice di lavorare all’estero comporti l’inesigibilità di tasse in Italia. Non è così. Residenza all’estero: le tasse? Non è così semplice. Ma in Italia cosa lo è? Praticamente nulla. Uno dei motivi per cercare di andarsene dall’Italia. Il più in fretta possibile.

Lo stato italiano vuole le tasse per sostenere costi e spese fuori controllo e difficilmente consente che un residente italiano sfugga, seppure legalmente, al suo controllo. Ciò ha comunque dei precedenti storici non indifferenti. Probabilmente Giambattista Vico vi vedrebbe un ricorso storico.

Per tornare al nostro tema, residenza all’estero: le tasse, ricorderemo che, ultimamente infatti, l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza hanno potenziato la vigilanza sui soggetti che trasferiscono (fittiziamente o no) la propria residenza all’estero. Come dicevamo, lo stile di vita in Italia, diventato sempre più problematico a causa della disoccupazione e dell’occupazione di tutte le risorse assistenziali da parte dei migranti clandestini, la pressione fiscale insopportabile (a fronte dei nulli servizi) e le continue comunicazioni di accertamento da parte del fisco hanno convinto molti contribuenti a tentare di spostare all’estero la propria residenza per cercare di ottenere una tassazione fiscale più favorevole rispetto a quella del nostro Paese, oltre che di un modo di vita più civile e rispettoso di chi lavora.

Bisogna però fare particolarissima attenzione al trasferimento all’estero della propria residenza, per non ritrovarsi ad avere spiacevoli accertamenti fiscali.

In poche parole occorre rivolgersi ad un professionista esperto in diritto societario internazionale. Il fai da te giuridico non paga mai, anzi, danneggia gravemente.
La tassazione che subisce il residente fiscale italiano, infatti, quand’anche viva di fatto e lavori al di fuori dell’italia, è molto differente da quella a cui viene sottoposto una persona che sia fiscalmente residente all’estero.

Il residente fiscale italiano subisce infatti, sulla base del principio della “worldwide taxation“, l’imposizione fiscale su tutti i redditi da costui ovunque prodotti nel mondo durante l’anno di imposta, nessuno escluso, nel mentre il residente estero (anche qualora sia cittadino italiano) sarà tassato, in Italia, esclusivamente sui redditi ivi prodotti. Differenza non da poco. Vantaggio notevole. Ma perchè ciò sia legale è assolutamente necessario che la residenza estera sia reale, provata, e non fittizia. No quindi alle false residenze, si invece al regolare espatrio ed al concreto trasferimento della propria residenza all’estero.

TRASFERIMENTO ALL’ESTERO: LA RESIDENZA FISCALE

La prima cosa da valutare, sempre nell’ambito residenza estero: le tasse, nel caso di volontà di trasferimento della residenza all’estero è comprendere cosa si intenda con “residenza fiscale“: tale residenza è assolutamente divergente da quella valutata ai fini civilistici. Giustappunto infatti, ai fini delle imposte sui redditi, si considerano residenti in Italia (articolo 2 comma 2 del Tuir) le persone fisiche che per la maggior parte del periodo d’imposta (183 giorni sui 365), anche non continuativamente, vedono verificata una delle seguenti condizioni:
Ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile” Conseguentemente viene tassato sulla base del reddito ovunque prodotto (anche all’estero) anche colui che è residente all’estero ma che non ha provveduto a cancellare dall’anagrafe italiana la sua residenza. Purtroppo spesso accade che ci siano persone che vivono da anni all’estero ma che, per i più varii motivi (dimenticanza, noncuranza, timore di perdere l’assistenza sanitaria etc.) non hanno mai cancellato la loro residenza in Italia.

Orbene in tale caso, anche se uno vive e lavora all’estero realmente, sarà tassato (anche) in Italia, con la conseguenza che se si risiede in uno Stato estero non firmatario di un trattato contro le doppie imposizioni con l’Italia, si pagheranno le tasse in Italia e nello Stato estero di residenza. Insomma, un ottimo risultato!. Ma, almeno, non si saranno pagate competenze ad un avvocato internazionale esperto di trasferimenti di residenza al’estero,…..tanto era una spesa inutile……

Sulla base di ciò che abbiamo detto, come è possibile quindi individuare nel territorio italiano il proprio domicilio?  Il domicilio fiscale rappresenta il centro principali dei propri affari e interessi, vi sono però dei particolari da tenere in considerazione, da un lato il centro dei propri affetti personali, poiché possono crearsi contrasti tra legami economici e familiari, ai fini della determinazione del Paese di residenza del soggetto passivo; in tal caso molta giurisprudenza propende per dare prevalenza a questi ultimi. Si pensi ad esempio, al soggetto che lavora da anni all’estero, ma ha la moglie e i figli residenti nel nostro Paese.

Vero è che un soggetto che decida di trasferirsi all’estero presumibilmente sarà quanto meno separato legalmente (o sarà in procinto di farlo) e verrà in Italia per ottemperare ai suoi obblighi genitoriali e null’altro, avendo rescisso per tempo ogni altro suo residuo legame con l’Italia.

La giurisprudenza in materia è, come sempre in Italia, incerta ed  ondivaga. Quella più recente (ma ancora non maggioritaria) specifica che le relazioni affettive e familiari invocate dall’Agenzia delle Entrate non hanno una rilevanza prioritaria ai fini probatori della residenza fiscale, venendo in rilievo solo unitamente ad altri probanti criteri che univocamente attestino il luogo con il quale il soggetto ha il più stretto collegamento.

Più in particolare, la Corte attribuisce preminenza agli elementi fattuali consistenti nell’avere, nel territorio estero, il centro degli interessi economici, ovvero la sede principale dell’attività sicché il centro degli interessi vitali del contribuente va individuato dando prevalenza al luogo in cui la gestione di detti interessi viene esercitata abitualmente in modo riconoscibile dai terzi.

La Cassazione ha infatti più volte affermato la rilevanza del criterio della riconoscibilità del domicilio da parte dei terzi. In tal senso è del tutto irrilevante il carattere soggettivo della scelta del contribuente, atteso che, nel momento in cui si deve rilevare quale sia il risultato di detta scelta, la volontà individuale va contemperata con le esigenze di tutela dell’affidamento dei terzi, di talché la localizzazione della sede principale degli affari e degli interessi va individuata nel luogo in cui detti interessi sono esercitati abitualmente, traducendosi in manifestazioni oggettivamente apprezzabili e riconoscibili dai terzi (cfr. Cass., 18 novembre 2011, n. 24246; Id., 15 giugno 2010, n. 14434).

TRASFERIMENTO ALL’ESTERO: I PRESUPPOSTI PREVISTI DAL TUIR PER L’INDIVIDUAZIONE DELLA RESIDENZA DELLE PERSONE FISICHE

Ricordiamo che l’art. 2, comma 2, d.p.r. 22 dicembre 1986, n. 917 (“Tuir”) stabilisce i principi fondamentali in base ai quali un soggetto è considerato residente in Italia ai fini delle imposte sui redditi. In particolare, la norma menzionata stabilisce che “ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile” .
La nozione di residenza fiscale assume quindi, un pregnante significato, poichè consente l’individuazione dei redditi che concorrono a formare la base imponibile dell’imposta. Infatti, alla luce del principio della “tassazione dell’utile mondiale”, il già citato worldwide income taxation, saranno tassati in Italia tutti i redditi posseduti, quale ne sia la provenienza e il luogo di produzione, ciò a mente dell’art 3 del TUIR che così recita: art. 3, comma 1, Tuir “l’imposta si applica sul reddito complessivo del soggetto, formato per i residenti da tutti i redditi posseduti al netto degli oneri deducibili indicati nell’art. 10 e per i non residenti soltanto da quelli prodotti nel territorio dello Stato. Questo anche per bloccare subito le interpretazioni di coloro (e non sono pochi) che credono che avendo clientela all’estero, detti redditi non siano imponibili in Italia.

In ambito tributario la residenza fiscale indica una fattispecie caratterizzata da diverse forme di peculiare e specifico legame con il territorio, alternative tra di loro: la prima, dicevamo, è costituita dall’iscrizione nella anagrafe della popolazione residente in Italia che si traduce in una presunzione assoluta di residenza fiscale in Italia; le altre due, di natura cogente, sono il domicilio e la residenza nello Stato ai sensi dell’art. 43, commi 1 e 2, del Codice Civile. Tali commi, in particolare, dispongono, rispettivamente, che il domicilio di una persona è nel luogo in cui essa ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi — a prescindere, dunque, dalla sua effettiva presenza nel luogo — mentre la residenza è nel luogo in cui essa ha la dimora abituale. Ricordiamo che la Cassazione, in questo tema, significa che:  “la residenza è determinata dall’abituale volontaria dimora di una persona in un dato luogo, sicché concorrono ad instaurare tale relazione giuridicamente rilevante, sia il fatto oggettivo della stabile permanenza in quel luogo, sia l’elemento soggettivo della volontà di rimanervi, la quale, estrinsecandosi in fatti univoci evidenzianti tale intenzione, è normalmente compenetrata nel primo elemento”. Così Cass., 5 febbraio 1985, n. 791. In senso conforme Cass., 14 marzo 1986, n. 1738; Id., 5 maggio 1980, n. 2936.

A mente della legislazione vigente, quindi, ricordiamo che l’iscrizione del cittadino nell’anagrafe dei residenti all’estero non costituisce un elemento determinante per escludere la residenza fiscale in Italia in tutti quei numerosi casi in cui il contribuente abbia in Italia il proprio domicilio o la residenza.

RESIDENZA ESTERO: LE TASSE. COME DIMOSTRARE DI NON ESSERE RESIDENTI IN ITALIA

A questo riguardo, significhiamo che quando vi è residenza nel territorio Italiano, vi è coincidenza della stessa con la dimora abituale del soggetto. Però: se l’individuazione delle condizioni che connotano la nozione di residenza non pone problemi pratici o interpretativi di rilievo, al contrario il concetto di domicilio, anch’esso importantissimo al fine della risposta al quesito: residenza estero: le tasse pone notevolissimi problemi interpretativi, risolti in vario modo dalla giurisprudenza. La valutazione stessa dell’esistenza del domicilio, alla luce dei diversi interessi, di natura sia affettiva che patrimoniale, che coesistono con il concetto di domicilio, diventa difficilmente ragguagliabile con certezza assoluta (innanzi all’esigenza di provarne, nell’ambito del futuro, probabile, contenzioso fiscale, l’esistenza in un luogo anzichè in un altro) se consideriamo che il domicilio può prescindere dalla presenza della persona nel sito estero prescelto. Sarà pertanto necessario effettuare una disamina di tali principi nell’ambito di una valutazione complessiva degli affari e degli interessi della persona fisica, che tenga conto della peculiarità e della specificità della situazione concreta. Ogni caso di trasferimento di residenza all’estero è a sè stante, conseguentemente. Residenza estero: le tasse. Non esiste una risposta univoca.

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IL DOMICILIO SECONDO L’AMMINISTRAZIONE FINANZIARIA ITALIANA

L’Amministrazione finanziaria italiana fornisce un’interpretazione della nozione di domicilio piuttosto estesa. In particolare, nella Circolare n. 304 del 1997 la locuzione “affari e interessi”, “deve intendersi in senso ampio, comprensivo non solo di rapporti di natura patrimoniale ed economica ma anche morali, sociali e familiari sicché la determinazione del domicilio va desunta alla stregua di tutti gli elementi di fatto che, direttamente o indirettamente, denuncino la presenza in un certo luogo di tale complesso di rapporti e il carattere principale che esso ha nella vita della persona” . Con ciò ampliando, evidentemente a esclusiva tutela degli interessi erariali, l’operatività della nozione di residenza fiscale con la conseguenza che, secondo tale prospettiva, sono considerati residenti in Italia anche quei soggetti che hanno dimora abituale all’estero, in quanto lì svolgono la propria attività lavorativa, e famiglia in Italia. Questo concetto è di particolarissima pregnanza interpretativa: sembrerebbe impossibile da risolvere, ma non è così. Prosegui nella lettura e capirai il perché. Partendo da tali premesse, tutte volte ad attrarre i redditi ovunque realizzati, in Italia, la Circolare si sofferma sulla necessità che “dalle indagini scaturisca una ‘valutazione d’insieme’ dei molteplici rapporti che il soggetto intrattiene nel nostro paese; valutazione che, indipendentemente dalla presenza fisica e della solo attività lavorativa, esplicata prevalentemente all’estero, consenta di stabilire che la sede principale degli affari e degli interessi deve situarsi nel territorio dello stato italiano”.

Questo è il primo ostacolo (ma non l’unico) alla realizzazione di una positiva residenza estera a seguito di trasferimento: tali indici significativi di tale presenza sono, secondo il citato documento di prassi, il possesso in Italia di un’abitazione permanente, la presenza delle famiglia, l’accreditamento su conti nazionali dei proventi dovunque conseguiti, il possesso di beni anche mobiliari, la partecipazioni a riunioni d’affari, la titolarità di cariche sociali, il sostenimento di spese alberghiere o di iscrizione a circoli o clubs, l’organizzazione della propria attività e dei propri impegni anche istituzionali, direttamente o attraverso i soggetti operanti nel territorio italiano. Non sembra invece rilevante il possesso di quote azionarie o societarie anche in persone giuridiche residenti.

Da ciò dovrà discendere cosa non deve fare e cosa non deve avere il cittadino italiano che voglia trasferire la sua residenza all’estero e non voglia che tale trasferimento di residenza possa essere reputato fittizio.

LA RESIDENZA ESTERA SECONDO L’OCSE

Si tratta di uno dei criteri elaborati dall’OCSE per risolvere i casi in cui una persona fisica risulti contemporaneamente residente in due Stati sulla base delle rispettive legislazioni tributarie: in tema di residenza estero: le tasse, l’art. 4 del Modello OCSE individua, nei casi di doppia residenza secondo le normative interne, i criteri volti a determinare lo Stato in cui il contribuente debba essere considerato residente. I criteri previsti da tale articolo, sono alternativi e conducono a determinare la residenza:

  • — nello Stato nel quale una persona abbia un’abitazione permanente; qualora disponga di un’abitazione permanente in entrambi gli Stati è considerata residente in quello nel quale le sue relazioni personali ed economiche sono più strette (centro degli interessi vitali);
  • — se non è possibile individuare lo Stato nel quale il contribuente abbia il proprio centro degli interessi vitali o se il medesimo non ha abitazione permanente in alcuno degli Stati, esso è considerato residente nello Stato in cui soggiorna abitualmente (soggiorno abituale);
  • — se il contribuente soggiorna abitualmente in entrambi gli Stati o non soggiorna abitualmente in nessuno di essi, esso è considerato residente nello Stato del quale ha la nazionalità;
  • — se tale persona ha la nazionalità di entrambi gli Stati o se non ha la nazionalità di alcuno di essi, le Autorità competenti degli Stati risolvono la questione di comune accordo.

RESIDENZA ESTERO: LE TASSE.  LA GIURISPRUDENZA

Anche la giurisprudenza di legittimità ha considerato il domicilio come “centro di interessi e di relazioni sociali”, facendo riferimento, talvolta, alla locuzione “centro degli interessi vitali” di cui all’art. 4, comma 2, lettera a), del Modello di convenzione bilaterale per evitare le doppie imposizioni elaborato dall’OCSE , da intendersi come il luogo con il quale il soggetto ha il più stretto collegamento sotto il profilo degli interessi personali e patrimoniali Cfr. Cass., 18 novembre 2011, n. 24246; Id., 15 giugno 2010, n. 14434; Id., SS.UU., 29 novembre 2006, n. 24275; Id., 7 novembre 2001, n. 13803. In ambito comunitario, la giurisprudenza ha individuato — seppur in relazione a contesti specifici — il concetto di “residenza normale” della persona nel luogo in cui il soggetto ha “legami sia personali sia professionali” (Cfr. Corte di Giustizia CE, 12 luglio 2001, C-262/99, Louloudakis). La Corte, esprimendosi in relazione all’interpretazione degli art. 3 e 4 della Direttiva del Consiglio n. 83/182/CEE in materia di franchigia sull’importazione temporanea di autoveicoli, ha esemplificato gli elementi di fatto funzionali alla localizzazione del centro permanente degli interessi di una persona, in particolare la presenza fisica di quest’ultima e dei suoi familiari, la disponibilità di un’abitazione; il luogo in cui i figli frequentano effettivamente la scuola; il luogo di esercizio dell’attività professionale; il luogo in cui vi siano interessi patrimoniali; il luogo in cui vi siano interessi amministrativi con le autorità pubbliche ed organismi sociali. V., altresì, Corte di Giustizia CE, 25 febbraio 1999, C-90/97, Robin Swaddling.  Secondo la Cassazione (ad oggi maggioritaria), dunque, la nozione di domicilio non si esaurisce nella valutazione degli aspetti patrimoniali e/o professionali, dovendo necessariamente tenere conto anche delle relazioni personali, morali e sociali del contribuente.

Il contribuente, quindi, che trasferisca la residenza fiscale all’estero, sapendo o ipotizzando di dover rendere conto all’Amministrazione finanziaria (nel caso di trasferimento in uno Stato a fiscalità privilegiata con onere probatorio a suo carico, ma anche in caso di accertamento con onere probatorio assolto dall’Amministrazione per contraddire e controbattere tale assunto), dovrà organizzare minuziosamente le proprie attività in modo da comprovare l’effettività del proprio trasferimento di residenza, e quindi svolgere a tale scopo un’opera di precostituzione della prova. Basilare questo compito di costituzione della prova, ogni volta che si parli di residenza estero: le tasse.

RESIDENZA ESTERO: LE TASSE. DIMOSTRARE LA REALTÀ DEL TRASFERIMENTO ALL’ESTERO

L’amministrazione finanziaria, nonostante la stragrande maggioranza dei trasferimenti di residenza all’estero siano motivati da esigenze concrete di lavoro e non siano per l’effetto fittizie, continua a ritenere che chi si trasferisce all’estero lo faccia soltanto per acquisire un indebito beneficio dal più favorevole regime impositivo dello Stato estero e di sottrarre all’imposizione progressiva in Italia i complessivi redditi ovunque prodotti. Il Ministero delle Finanze, con la Circolare n. 304/E/1997, ha indicato di alcune linee guida per l’attività di controllo nei confronti dei cittadini italiani emigrati all’estero e quindi per l’accertamento dei requisiti per la qualificazione di soggetto “fiscalmente residente” in Italia. Nella circolare sono illustrati i principi generali, in ordine al quadro normativo di riferimento, da valutare al fine di verificare la sussistenza di elementi certi e concreti ai fini dell’accertamento dell’effettiva residenza fiscale in Italia, indipendentemente dalle risultanze anagrafiche. Questa circolare sarà quindi quella su cui baseremo il nostro studio, a cui la persona fisica trasferita all’estero dovrà fare riferimento.

RESIDENZA ALL’ESTERO: LE TASSE. I CONTROLLI DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE.

Credete sia possibile trasferirsi all’estero puramente e semplicemente? e dopo l’iscrizione all’AIRE essere sicuri di avere spezzato ogni catena che vi legava all’Italia?: NO.

Infatti nel Decreto Legge 25/06/08 n. 112, all’art. 83, n. 16 e seguenti, si specifica che:

“16. Al fine di assicurare maggiore effettività alla previsione di cui all’articolo 1 del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, i comuni, entro i sei mesi successivi alla richiesta di iscrizione nell’anagrafe degli italiani residenti all’estero, confermano all’Ufficio dell’Agenzia delle entrate competente per l’ultimo domicilio fiscale che il richiedente ha effettivamente cessato la residenza nel territorio nazionale. Per il triennio successivo alla predetta richiesta di iscrizione la effettività della cessazione della residenza nel territorio nazionale è sottoposta a vigilanza da parte dei comuni e dell’Agenzia delle entrate, la quale si avvale delle facoltà istruttorie di cui al Titolo IV del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600.

17. In fase di prima attuazione delle disposizioni del comma 16, la specifica vigilanza ivi prevista da parte dei comuni e dell’Agenzia delle entrate viene esercitata anche nei confronti delle persone fisiche che hanno chiesto la iscrizione nell’anagrafe degli italiani residenti all’estero a far corso dal 1° gennaio 2006. L’attivita’ dei comuni e’ anche in questo caso incentivata con il riconoscimento della quota pari al 33 per cento delle maggiori somme relative ai tributi statali riscosse a titolo definitivo previsto dall’articolo 1, comma 1, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248 (10).

17-bis. I comuni, fermi restando gli obblighi di comunicazione all’Agenzia delle entrate di cui al comma 16, inviano entro i sei mesi successivi alla richiesta di iscrizione nell’anagrafe degli italiani residenti all’estero i dati dei richiedenti alla predetta agenzia al fine della formazione di liste selettive per i controlli relativi ad attività finanziarie e investimenti patrimoniali esteri non dichiarati; le modalità effettive di comunicazione e i criteri per la formazione delle liste sono disciplinati con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate da adottarsi entro tre mesi dall’entrata in vigore della presente disposizione.

17-ter. In fase di prima attuazione delle disposizioni del comma 17-bis, le attività ivi previste da parte dei comuni e dell’Agenzia delle entrate vengono esercitate anche nei confronti delle persone fisiche che hanno chiesto l’iscrizione nell’anagrafe degli italiani residenti all’estero a decorrere dal 1° gennaio 2010 e ai fini della formazione delle liste selettive si terra’ conto della eventuale mancata presentazione delle istanze di collaborazione volontaria di cui agli articoli da 5-quater a 5-octies del decreto-legge 28 giugno 1990, n. 167 , convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1990, n. 227.

In altre parole il Comune presso il quale risiedevate, e dove risiede vostra moglie ed i vostri figli, vi controllerà per cercare di dimostrare che non siete realmente trasferiti all’estero, ma che si tratta di una creazione falsa e di puro artificio, fatta solo per evadere le tasse. Questo per dirvi che il trasferimento di residenza all’estero deve essere reale e non fittizio. I controlli che subirete saranno molto pregnanti, ed una situazione di fatto diversa da quella reale balzerà subito in evidenza, con tutte le conseguenze negative che da ciò discendono.

TRASFERIRSI ALL’ESTERO: ISCRIZIONE ALL’AIRE

Il primo adempimento in materia di residenza estero: le tasse, che colui che si trasferisce all’estero deve fare per ottenere il trasferimento della sua residenza fiscale all’estero è la propria cancellazione dall’Anagrafe della Popolazione Residente e la relativa iscrizione all’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero (AIRE).

Tale adempimento rappresenta una condizione necessaria per far valere il trasferimento stesso, anche se, non sufficiente, poiché a tale dichiarazione deve corrispondere una situazione reale.

Devono iscriversi all’AIRE i cittadini che trasferiscono la propria residenza all’estero per periodi superiori a 12 mesi; allo stesso obbligo soggiacciono quelli che già vi risiedono, sia perché sono nati all’estero, sia per successivo acquisto della cittadinanza italiana a qualsiasi titolo. L’iscrizione all’AIRE viene espletata a seguito di dichiarazione resa direttamente da colui che trasferisce la propria residenza all’estero, presso l’Ufficio consolare competente per territorio entro 90 giorni dal trasferimento della residenza e comporta la contestuale cancellazione dall’Anagrafe della Popolazione Residente del Comune in cui si risiedeva. Chiaramente andranno forniti documenti probanti l’effettiva residenza nella circoscrizione consolare (es. certificato di residenza rilasciato dall’autorità estera, carta di identità straniera, bollette di utenze, contratto di affitto o rogito di acquisto di un immobile, copia del contratto di lavoro, certificati di iscrizione ad ordini professionali od alle locali Camere di Commercio etc.).

Importante: salvi sempre i ragionamenti sopra effettuati anche a livello di oneri probatori, dal momento dell’iscrizione all’AIRE  i soggetti iscritti in questa Anagrafe dei Residenti Esteri non saranno più tenuti a dichiarare in Italia i redditi prodotti all’estero, in quanto residenti in altri Stati nei quali svolgono con carattere di stabilità la loro attività lavorativa, e dove pagano regolarmente le tasse in base alle leggi fiscali di dette nazioni.

Ripetiamo che il solo fatto dell’iscrizione all’AIRE non è minimamente bastevole per escludere la residenza fiscale in Italia.

Quello che è basilare per affermare e provare di non essere residenti in Italia è quello di elidere ogni e qualsiasi rapporto economico stabile ed affettivo con l’Italia, soprattutto con il coniuge, ivi comprese le relazioni personali, secondo i principi, anche probatori, sovra enucleati.

Ribadiamo l’assoluta necessità, per poter opporre all’Amministrazione Finanziaria Italiana la propria residenza estera, di cancellarsi dall’Anagrafe del Comune nel quale si risiedeva in Italia. Infatti il soggetto che vive, anche realmente, all’estero, senza aver provveduto, anche per mera dimenticanza, alla cancellazione dall’Anagrafe dei residenti, è considerato per presunzione assoluta residente nel nostro Paese. Attenzione!

TRASFERIRSI ALL’ESTERO. CREARSI LE PROVE, VERE.

Abbiamo sempre parlato di residenza estero: le tasse. Ma in caso di trasferimento all’estero, come proviamo di essere reali residenti esteri? Dobbiamo evidenziare come per l’Amministrazione Finanziaria ogni trasferimento all’estero di un residente italiano è fondamentalmente falso. Purtroppo in Italia funziona così. Non spetta a noi dire se è giusto o meno, ma è così. Da ciò discende, per il contribuente onesto, la necessità di munirsi di prove documentali, vere ed inoppugnabili, in grado di dimostrare che lui è un reale residente estero.

Prendendo atto di ciò, dovrà quindi, il contribuente accorto, non solo trasferirsi realmente all’estero, e non per puro interesse fiscale (restando in realtà in Italia) ma precostituirsi tutte le prove che potranno servirgli in un eventuale futuro contenzioso fiscale.

Invero infatti, e per rimanere nel tema della prova, il bilanciamento tra interessi economici e/o patrimoniali, da un lato, e interessi personali e familiari, dall’altro, può creare incertezze nella valutazione della localizzazione del domicilio qualora il luogo in cui sono riconoscibili gli uni non coincida perfettamente con quello in cui sono apprezzabili gli altri: residenza estero: le tasse. Ragioniamo con adeguatezza.
Sul punto, l’Amministrazione finanziaria è orientata nel senso di ritenere decisivi — ai fini della localizzazione del domicilio — gli interessi di carattere personale e familiare. Così nell’anzidetto documento di prassi, essa ha affermato che “deve considerarsi fiscalmente residente in Italia un soggetto che, pur avendo trasferito la propria residenza all’estero e svolgendo la propria attività fuori dal territorio nazionale, mantenga, nel senso sopra illustrato, il “centro” dei propri interessi familiari e sociali in Italia
Anche la giurisprudenza di legittimità — rinviando, in taluni casi, alla giurisprudenza comunitaria — si è orientata in tale direzione, determinando una gerarchia tra interessi personali ed economici, con i primi prioritari rispetto ai secondi. Sono queste le presunzioni che un accorto contribuente che si sia trasferito all’estero deve combattere, dimostrando con i fatti di risiedere realmente in uno stato estero.

Non dobbiamo dimenticare infatti che la Corte di Giustizia CE, 12 luglio 2001, C-262/99, Louloudakis, cit..  nell’interpretare l’art. 7, n.1, della Direttiva 83/182/CEE secondo cui “nel caso di una persona i cui legami professionali siano risultati in un luogo diverso da quello dei suoi legami personali e che pertanto sia indotta a soggiornare alternativamente in luoghi diversi situati in due o più Stati membri, si presume che la residenza normale sia quella del luogo dei legami personali, purché tale persona vi ritorni regolarmente”, ha evidenziato che “qualora una valutazione globale dei legami professionali e personali non sia sufficiente ad individuare il centro permanente degli interessi di una persona, ai fini di tale individuazione occorre dichiarare la preminenza dei legami personali”. In senso conforme, Corte di Giustizia UE, 7 giugno 2007, C-156/04, la quale riconosce la preminenza dei legami personali sui legami professionali. Queste sono le sentenze più comuni in tema di residenza estero: le tasse.
La Corte tende ad attribuire rilevanza infatti agli interessi personali del contribuente e, dunque, ad alcuni elementi, evidenziati retro, che sarebbero rivelatori della localizzazione del domicilio in Italia.

RESIDENZA ESTERA: LA SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE 31.03.15 N. 6501

Fortunatamente però la giurisprudenza comincia ad essere più conforme alla realtà delle cose ed a cambiare orientamento:

La Cassazione civile , 31 marzo 2015, n.6501, sez. trib, afferma che le relazioni affettive e familiari non hanno una assoluta rilevanza prioritaria ai fini probatori della residenza fiscale, venendo in rilievo solo unitamente ad altri probanti criteri che univocamente attestino il luogo col quale il soggetto ha il più stretto collegamento. E, nel caso di specie, i giudici hanno ritenuto di attribuire maggiore rilevanza ai rapporti professionali al fine di stabilire il luogo con il quale il contribuente aveva il più stretto collegamento. Ciò che si afferma quindi è il principio che vuole che la localizzazione del domicilio della persona fisica vada individuato ricorrendo ad una valutazione globale che tenga conto del complesso degli affari e degli interessi della persona che intrattenga rapporti in più Paesi. Nell’ambito di tale valutazione, i rapporti affettivi e familiari non assumono una rilevanza prioritaria rispetto a quelli economico-patrimoniali.

RESIDENZA ESTERO: LE TASSE. CREARE DOCUMENTAZIONE PROBATORIA

Bisognerà quindi attivarsi, dicevamo, per la costruzione di un adeguato fascicolo probatorio, da ostendere all’amministrazione finanziaria: tali prove dovranno dimostrare l’effettività del trasferimento, oltre all’interruzione di significativi rapporti con lo Stato italiano. Le prove che il contribuente deve raccogliere saranno esclusivamente di natura documentale. L’amministrazione finanziaria valuterà la posizione del contribuente alla luce delle prove da questo fornite, si tratterà quindi di una valutazione documentale.
In ordine alla prova che il cittadino residente all’estero può fornire, non vi sono limiti imposti dalla norma; opportuno sarà pertanto catalogare in maniera ordinata, possibilmente in ordine cronologico, la maggior massa di documentazione possibile atta a fornire la prova dell’effettività della residenza estera. Infatti, quest’ultima accortezza permetterà il controllo di un requisito fondamentale, quale è quello temporale, per avvalorare la non fittizietà del cambio di residenza.
Ricordiamo che secondo l’amministrazione finanziaria che la residenza non viene meno per assenze più o meno prolungate dovute ad esigenze di vita, studio, lavoro, etc. in pratica, la determinazione del domicilio va dunque desunta alla stregua di tutti gli elementi di fatto che, direttamente o indirettamente, dimostrano la presenza nel luogo di residenza estera prescelto di tale complesso di rapporti e il carattere principale che esso ha nella vita della persona.
Bisogna fare particolare attenzione a questo fatto: infatti l’Amministrazione Finanziaria tende a sostenere, fra le tante,  che, ad esempio nel caso di un soggetto iscritto all’AIRE ed esercente attività di lavoro autonomo all’estero,  la residenza fiscale in Italia si concretizza qualora “la famiglia dell’interessato abbia mantenuto la dimora in Italia durante l’attività lavorativa all’estero” o, comunque, nel caso in cui “emergano atti o fatti tali da indurre a ritenere che il soggetto ha quivi mantenuto il centro dei suoi affari ed interessi“.

Devono, secondo questa interpretazione (che ammette peraltro la prova contraria-anche conformemente alla Cassazione-come abbiamo visto) essere considerati fiscalmente residenti in Italia i soggetti che, pur avendo trasferito la propria residenza all’estero e svolgendo la propria attività fuori dal territorio nazionale, mantengano, il centro dei propri interessi familiari e sociali in Italia. Da rammentare, sempre in tema di residenza estero: le tasse, che tutti e tre i requisiti ex articolo 2, comma 2, del Tuir devono risultare combinati con l’elemento temporale che è integrato dal perdurare delle situazioni giuridiche “per la maggior parte del periodo d’imposta” .
Ribadiamo anche che, ai fini della verifica della permanenza all’estero, deve essere effettuato il computo tenendo presente il numero di giorni di presenza fisica, anche non continuativi.

TRASFERIMENTO AL’ESTERO, LE PROVE. ESEMPI

Come dicevamo, non esiste un elenco di atti o di fatti normato, da contrapporre alla P. A. talchè utili indicazioni possono desumersi dalla prassi dell’Amministrazione finanziaria in ambito di residenza estero: le tasse. Secondo quest’ultima, il contribuente dovrà essere in grado (nel caso non improbabile di verifica) di dimostrare documentalmente (e non per testi) di non intrattenere più rapporti di particolare rilievo con lo Stato italiano, potendo raggiungere tale dimostrazione attraverso qualsiasi mezzo che sia in grado di provare:

  • — la sussistenza della dimora abituale nel Paese estero, sia personale che dell’eventuale nucleo familiare;
  • — l’iscrizione ed effettiva frequenza dei figli presso istituti scolastici o di formazione del paese estero;
  • — lo svolgimento di un rapporto lavorativo a carattere continuativo, stipulato nello stesso paese estero, ovvero l’esercizio di una qualunque attività economica con carattere di stabilità;
  • — la stipula di contratti di acquisto o di locazione di immobili residenziali, adeguati ai bisogni abitativi nel paese di immigrazione;
  • — fatture e ricevute di erogazione di gas, luce, telefono e di altri canoni tariffari, pagati nel paese estero;
  • — la movimentazione a qualsiasi titolo di somme di denaro o di altre attività finanziarie nel paese estero e da e per l’Italia;
  • — l’eventuale iscrizione nelle liste elettorali del paese d’immigrazione;
  • — l’assenza di unità immobiliari tenute a disposizione in Italia o di atti di donazione, compravendita, costituzione di società, ecc.;
  • — la mancanza nel nostro Paese di significativi e duraturi rapporti di carattere economico, familiare, politico, sociale, culturale e ricreativo.
  • La sussistenza della dimora abituale nel Paese estero.

In definitiva, secondo la prassi interpretativa delle Autorità deputate al controllo, per dimostrare che si è effettivamente interrotto ogni rapporto con l’Italia, bisogna provare (documentalmente-non lo si scordi mai) di avere interrotto ogni legame con lo Stato italiano e con il territorio controllato dallo stesso, nonchè la contestuale evidenza di una reale e duratura localizzazione all’estero. Come abbiamo visto, però, la Suprema Corte ha ragionato (sperando che tale giurisprudenza si consolidi), nella sentenza n. 6501, circoscrivendo invece l’onere della prova che deve fornire il contribuente per vincere la presunzione di residenza.

Così, per la Corte, è sufficiente che il contribuente dimostri di risiedere effettivamente in una giurisdizione estera. In definitiva, la prova di non residenza in Italia si esaurisce nella dimostrazione della residenza nel Paese estero.

Occorrerà però, prudenzialmente,  dimostrare anche la prova relativa all’inesistenza od irrilevanza di rapporti giuridici o personali con l’Italia, quindi la mancanza ivi di duraturi rapporti di carattere economico, familiare, politico e sociale, culturale e ricreativo. Quindi ai fini della compliance e della precostituzione della prova in caso di trasferimento della residenza fiscale all’estero è necessaria la cessazione ogni rapporto economico-familiare con l’Italia, qualora continuino a sussistere in maniera attenuata, provvedere a renderli quanto più possibile meno apparenti.

In definitiva per concludere il discorso: residenza estero: le tasse, da un lato dovrà essere fornita dal contribuente la totale ed esaustiva dimostrazione della perdita di ogni significativo collegamento con lo Stato italiano, dall’altro dovrà essere fornita, dal trasferito all’estero,  la contestuale controprova di una reale e duratura localizzazione nel Paese estero.

La valutazione che, secondo la prassi degli Uffici, verrà fatta, in caso di controllo, sarà quello di valutare se prevalgono gli elementi di collegamento con lo Stato estero nel quale si risiede, oppure se, al contrario, prevalgono gli elementi di collegamento con l’Italia.

Conseguentemente in caso di domanda: residenza estero, le tasse? la risposta è quella di fare tutto realmente e non elusivamente, inoltre, di basilare importanza è elidere ogni tipo di rapporto con l’Italia, sia materiale che personale.

RESIDENZA ALL’ESTERO: FARLO IN MODO LEGALMENTE CORRETTO

Ricordiamo che il trasferimento di residenza all’estero effettuato in modo fittizio ed effettuato all’unico fine di non corrispondere le imposte, costituisce una delle principali tipologie di evasione fiscale internazionale: da ciò discende che, al fine di evitare severe problematiche,  è opportuno comportarsi come sopra evidenziato, cercando di precostituire tutto ciò che, documentalmente, comprovi il vostro trasferimento all’estero, e soprattutto evitando trasferimenti solo “sulla carta”, destinati ad essere scoperti in breve tempo.

Nel caso in cui stiate meditando, per i più svariati motivi, di trasferirvi all’estero, affidatevi a dei professionisti nel settore (Avvocati o Commercialisti con specifica preparazione internazionale) per effettuare il trasferimento della residenza: diversamente la domanda, residenza estero: le tasse? Diventerà un problema che si risolverà a vostro danno con estenuanti vicende processuali, e pesanti sanzioni fiscali, in Italia. Se tale consiglio è valido per tutti, lo è ancora di più per quei soggetti che si vogliono trasferire all’estero ed hanno una ditta od una partita iva tuttora aperta. Per loro tutto diventa più difficile, sino all’impossibilità, se non si rivolgono ad un valido professionista del settore.

Vuoi consulenza per trasferirti all’estero? Contattaci.

 

 

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Autore. Studio Legale Internazionale Bertaggia – Titolo -RESIDENZA ESTERO: LE TASSE-, in www.avvocatobertaggia.com/blog

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17 commenti

  1. Gentili Signori: la risposta esatta alla vostra domanda esige uno studio particolare, data la complessità del quesito, non risolvibile in questa sede: dovrete inviarci la copia dei vostri contratti di lavoro a info@avvocatobertaggia.com, poi, esaminati gli stessi, vi forniremo un parere pro-veritate in proposito.
    In attesa, i migliori saluti.

    http://www.avvocatobertaggia.org

  2. Ancora non trovo un professionale che agiusti la mia situazione nella quale mi trovo da 10 anni. Sono iscritto AIRE, vivo in Spagna con moglie e figli da 10 anni, faccio il tecnico trasfertista dipendente di una società con sede in Italia, trasferte in Italia vado un totale stimato di 30 giorni annui), al estero in diversi paesi circa 200 giorni/anno. Non sto pagando nulla in Spagna (vorrei) ma tutto si versa in Italia. Pago circa 1600€/mese di trattenute per niente in Italia, non uso le strade, nel medico, ne i miei figli hanno il medico di famiglia in Spagna colpa di questa situazione di tassazione in Italia che considero errato e confusionale

  3. La ringrazio per la risposta. Un ultimo dubbio. I figli sono maggiorenni e uno vive in Inghilterra. Prendere la cittadinanza inglese cambierebbe in qualche modo la situazione? Dalla sua descrizione sembrerebbe che divorziare mia moglie sia l’unica possibilità…mi sembra un po’ estrema.
    Cordiali saluti.

    • Gentile signore, la cittadinanza ai fini fiscali (a parte le difficoltà sottese nel prendere la cittadinanza inglese) è irrilevante, ciò che conta è la residenza ai fini fiscali. Ciò posto, vale quello che abbiamo scritto nei nostri articoli. Le norme sono quelle, e le interpretazioni non sono di competenza dei privati ma degli organi giudiziari. Se desidera esaminare la sua peculiare situazione siamo a disposizione ad info@avvocatobertaggia.com

      I migliori saluti

      http://www.avvocatobertaggia.org

  4. grazie per l’articolo. era da un po’ che cercavo una trattazione un po’ più esaustiva del semplice paragrafo generico.
    Ho vissuto in Italia per circa 40 anni poi, 5 anni fa mi sono spostato in Inghilterra per lavoro. Mia moglie continua a vivere in Italia. Casa e risparmi accumulati in quel periodo sono ancora in Italia. Negli scorsi 4 anni ho regolarmene pagato le tasse italiane come residente, ora abbiamo comprato casa in Inghilterra e intendevo dichiararmi “non residente” per i redditi 2017. Dalla sua trattazione sembrerebbe una posizione molto poco difendibile, salvo divorziare…..
    Il concetto di “principale centro di interessi” è assai soggettivo. Mi sembra si potrebbe facilmente argomentare che il lavoro sia stato il centro principale dei miei interessi, tanto e vero che ho lasciato moglie e figli a Milano. Troppo semplice?

  5. Buongiorno, ho letto ha fondo il suo articolo, e in generale non si specifica mai se per affetti si intende solo coniuge ed eventuali figli, o anche madre e padre (pur sottolineando la mancanza di alcun rapporto economico nè di interessi con loro, se non la classica visita 2-3 volte all’anno).
    Grazie!

  6. Complimenti per l’articolo, chiaro e dettagliato. Alla fine della lettura mi è sorto un dubbio. Presupponendo che si è avviata un’attività in uno Stato e che la stessa venga gestita online, se la residenza all’estero è reale e non fittizia ma si cambia spesso la propria casa, cioè alcuni mesi in uno stato alcuni mesi in un altro, posso cambiare continuamente indirizzo all’aire? Forse si avrebbero dei problemi con lo Stato Italiano ed essere considerati residenti per via della cittadinanza. La ringrazio per il chiarimento, la saluto cordialmente.

  7. Articolo completo e molto esaustivo

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